Visualizzazione post con etichetta life. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta life. Mostra tutti i post

lunedì 8 agosto 2016

LIFE
Ali

Io da qualche parte le ali devo averle, ne sono più che sicuro.
Ce le hanno tutti. Ce le hanno sempre avute tutti.
A volte si spezzano, a volte funzionano male, a volte cadono proprio.
Qualcuno se ne è servito per volare talmente in alto da superare i propri limiti.
Io le mie non le ho mai viste, e non perché dovrebbero essere alle mie spalle.
Temo che non siano ancora spuntate. Mi auguro solo che ci mettano tutto questo tempo per portarmi davvero in alto. Che crescano belle forti e resistenti. Che mi aiutino a salire, anche a scendere in picchiata, qualche volta, per poi farmi mancare il fiato dall'emozione quando mi riporteranno ancora più su.
Perché volare deve essere davvero emozionante, così mi dicono e così percepisco.
A volte questo imperdonabile ritardo mi fa un po' paura, e farà paura anche a qualcun altro, lo capisco. Però, dopo tutta questa attesa, sono certo che volare sarà ancora più bello, perché alla spensieratezza aggiungerò la saggezza del tempo che è trascorso e la consapevolezza di quello che ancora avrò davanti.
Ne varrà la pena. È l'unica cosa che mi permette di continuare a stare a seduto ad aspettare che escano da sole, queste ali, anziché mettermi a scorticare la schiena per tirarle fuori se non sono ancora pronte.

domenica 27 luglio 2014

LIFE
Lo zen e l'arte di farsi i cazzi propri in chat

Facciamo il doveroso disclaimer di inizio post. In teoria non ce ne dovrebbe essere bisogno, in pratica sarà necessario.

QUESTO POST NON INTENDE MINIMAMENTE ATTACCARE IL GUSTO PERSONALE DEL LETTORE CHE, IN QUANTO PERSONA DOTATA DI PREFERENZE PRETTAMENTE INDIVIDUALI, È OVVIAMENTE ORIENTATO VERSO CARATTERISTICHE ESTETICHE E FISICHE CHE SONO DA RITENERSI INSINDACABILI. L'AUTORE CI TIENE A PRECISARE CHE IL CONTENUTO DI QUESTO POST SI RIFERISCE A UN FATTORE PURAMENTE FORMALE, CHE NULLA A CHE VEDERE CON IL CONTENUTO STESSO DI QUANTO RIPORTATO DALLE CONVERSAZIONI AVUTE CON I SUOI INTERLOCUTORI O DA QUANTO RECEPITO IN SEGUITO AD ANNI DI COSTANTE ESPLORAZIONE.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è di per sé una stronzata. Una di quelle cose che evidentemente, presa fuori contesto, sembrerebbe innocua e apparentemente inutile da sottolineare. Proprio come accadeva nel bellissimo incipit di Rose Madder di Stephen King, dove la malcapitata di turno, omonima protagonista del romanzo, dopo continui soprusi e violenze da parte del marito, perde completamente la testa quando una goccia di sangue le cola dal naso e contamina il candore del lenzuolo sul letto che stava riordinando in una mattinata qualsiasi. Un capillare rotto all'improvviso, come è capitato molte volte a ciascuno di noi, senza motivo. Eppure quella goccia di sangue rappresenta la goccia di troppo, quella che fa aprire gli occhi alla donna e la porta a ribellarsi.
La mia goccia di sangue è una frase apparentemente innocua, scritta anche (forse) con l'intento di strappare un sorriso a chi legge, su un profilo di una comunissima chat per incontri finalizzati essenzialmente al sesso:
Se avete la panza, non è colpa mia, mica so' venuto a casa vostra a ingozzarvi di lasagne con un imbuto
A questo punto è d'obbligo chiarire due punti:
1 - Colpa? Quale colpa? Se parliamo di colpa, inevitabilmente stiamo dando per scontato che un'azione da noi compiuta determini una "punizione", una "rinuncia" di cui dovremo privarci per esserci ingozzati la suddetta lasagna con un imbuto. Di grazia, quale sarebbe questa rinuncia? Non avere l'occasione e il privilegio di essere toccati da mani atletiche? Perdere l'occasione della vita di sdraiarci accanto al portatore di orgasmi e gioie per eccellenza?
2 - Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Se però domanda non sussiste, l'informazione, dalla forma indubbiamente denigratoria, è superflua. Voglio dire, anche sti cazzi, eh? Conoscendo il soggetto di persona, anche io ho pensato subito "Se sei deficiente, non è colpa mia, mica so' venuto in classe tua mentre il professore spiegava e ti ho portato di peso in palestra a fare 25 serie di addominali". Ho semplicemente evitato di dirlo, perché non mi è stato chiesto.

Il punto è questo: che cos'è che ci porta a esprimere un parere discriminatorio quando non ci viene minimamente chiesto? Perché, in nome di una preferenza assolutamente legittima, frasi come "Preferisco incontrare gente atletica" o "Non sono attratto da tipologie androgine" lasciano il posto a "Alla larga cessi, grassoni e checche"?
È perché la CREATINA ha preso talmente il sopravvento nel cervello da perdere una A e trasformarsi in CRETINA?
È il "non chiesto" che a me manda letteralmente fuori di testa.
Peccato per la pancia, perché hai un viso bellissimo
Peccato per chi? Per me? E chi mi garantisce che, se mi chiudo in palestra 5 ore al giorno per 10 mesi, mi aspettano sensazionali ore di fuoco con te? No, perché se poi lo faccio, vengo a battere cassa, e so' cazzi amari, eh?
Non ho minimamente intenzione di dilungarmi su quanto una foto possa fuorviare o formulare in noi un giudizio solamente apparente di quello che può aspettarci dall'altra parte dello schermo, sono il primo a farlo. La foto (se reale, poi, e recente) è un fattore di selezione naturale, dà un'indicazione approssimativa di ciò che potrebbe attenderci. E potrebbe anche dare un suggerimento sbagliato, ma tant'è: la chat è il luogo meno indicato per dare una chance a chiunque solo perché potremmo rimanere sorpresi da ciò che potremmo ritrovarci di fronte.
Ho però intenzione di dilungarmi sulla scelta delle parole. Quello sì.
Sull'arroganza.
Sulla mancanza di rispetto.
Sulla superficialità di un giudizio rivolto a una persona di cui non sappiamo nulla, non conosciamo il suo trascorso, non sappiamo quali difficoltà potrebbe aver dovuto affrontare per arrivare dove è arrivata e nelle condizioni in cui ci è arrivata. Selezionare è una delle azioni più comuni al mondo. Lo facciamo quando andiamo a fare la spesa, scegliendo la mela che ci SEMBRA più sana, più bella e più profumata (il che non esclude che possa essere marcia una volta sbucciata), lo facciamo quando vogliamo comprarci un paio di pantaloni, puntando al modello che ci risalta il culo o ci sfina le gambe (fermo restando che, quando lo togliamo, i trucchi sono finiti), però guarda caso quando dobbiamo scegliere un partner per la vita la selezione avviene in modo naturale e involontario: non scegliamo mai di chi innamorarci. Non ci sediamo alla scrivania pensando "OK, ora mi concentro e mi innamoro di lui/lei". A volte ci stupiamo, addirittura, della persona che ci ritroviamo accanto, perché molte volte quella persona non ha nulla a che vedere con le nostre preferenze. È successo e basta, e per quanto mi riguarda la sorpresa è ancora più eccezionale della conferma di aver trovato accanto a noi la materializzazione di ogni nostra più piccola fantasia.
Selezioniamo, perché il mercato offre di tutto e di più.
Continuiamo a farlo, perché è giusto puntare a ciò che noi crediamo meritevole e degno di starci accanto.
Però facciamolo con educazione, con rispetto, con buone maniere, porca puttana!
E ricordiamo sempre che, in un'interazione, un parere non richiesto non è un parere. È solo una mancata occasione di incamerare più ossigeno e fare più bella figura.


E comunque sappiate che, nel caso remoto in cui dovessi davvero decidere di chiudermi in palestra 5 ore al giorno per 10 mesi, il mio cervello non subirà alcuna modifica, e mi ricorderò di ognuno di voi...

domenica 8 settembre 2013

LIFE
Il savoir faire nell'arte di scopare

È successo stasera, durante la solita conversazione via WhatsApp con il mio alter ego/amico/fac-simile, e in risposta alla mia domanda: "Però ci vuole anche un po' di savoir fare, non trovi?", ricevo un secco: "No".
La mia espressione somiglia a quella di Clara Calamai riflessa nello specchio di Profondo Rosso.
OK, vediamo di chiarire il punto.

Una serie di preconcetti, strutture e insicurezze abbinata a una massiccia di dose di seghe mentali mi hanno portato nella vita alla convinzione che in qualunque situazione, con qualsiasi persona si interagisca, il savoir faire sia fondamentale. Anche in una scopata.
Voglio dire, il buon vecchio "saper campare" per me non passa mai di moda.
Devo rifiutare un invito? Cerco di far capire che lo apprezzo, ma che sono impossibilitato ad accettarlo.
Devo troncare con qualcuno che non mi va perfettamente a genio? Cerco di far capire che sono emerse delle incompatibilità che ci impediscono di proseguire il discorso, senza che la colpa sia di uno o dell'altro.
Devo passare qualche ora con qualcuno senza impegni o complicazioni di qualsiasi sorta? Cerco di creare una situazione in cui entrambi possiamo sentirci a nostro agio e in perfetta intimità, anche se non ci vedremo più.
Queste sono le regole, o almeno quelle che applico io.
Tendo a vedere le cose tendenzialmente bianche o nere. Sono poche le sfumature che mi concedo.
Fermo restando che ognuno è libero di pensare e agire nel modo che ritiene più consono alla propria personalità, se un incontro si ripete più volte e si condisce di ingredienti particolari, quali una cena, una buona dose di gesti affettuosi, stabilendo una sorta di pseudo-continuità che va a uccidere la fretta e furia con cui ci si riveste quasi con un po' di vergogna e si ritorna nelle proprie case nemmeno si fosse andati a svaligiare una villa sull'Appia Antica, il significato che attribuisco a queste sensazioni è quello di provare a vedere se sussistono le condizioni per guardare un po' al di là del proprio naso, pur consapevole che l'interpretazione è puramente soggettiva e può non essere condivisa da chi interagisce con me. Me ne assumo tutte le responsabilità del caso.
L'ingranaggio per me si inceppa quando subentra la sensazione che dall'altra parte, pur con una risposta continuativa, mi si lasci sistematicamente carta bianca per organizzare anche un semplice momento di divertimento. O quando si palesa l'idea che, se mi dice bene, posso riuscire ad inserirmi in un piccolo spazio all'interno di un'agenda apparentemente fitta di impegni. Se così fosse, ritengo sarebbe il caso di non darlo a vedere, perché a quel punto, è più forte di me, non lascio spazio nemmeno a un incontro di puro relax senza il benché minimo strascico di coinvolgimento emotivo.
E qui torno al punto iniziale: il savoir faire. Essenziale, per quanto mi riguarda, anche "in quei momenti lì".
D'altronde, colpa mia, quando vado al supermercato a comprare un pezzo di manzo, tendo sempre a scegliere quello che si presenta meglio, pur sapendo che, negli altri casi, sempre di manzo si tratta.

venerdì 2 agosto 2013

LIFE
Il giorno dopo

Diciamo che sei a un punto di svolta. Un periodo nuovo, tutto tuo. Un momento anche egoistico, di accumulo punti sulla tessera della vita.
Diciamo che non vai troppo per il sottile: tutto cotto e mangiato.
E diciamo pure che hai scoperto una nuova parte di te che credevi non ti appartenesse, ma che invece ti calza a pennello. Almeno per ora.
Ora, mettiamo che alla tua affatto discreta lista si aggiunga un appuntamento, uno dei tanti, che sembra prospettare sempre lo stesso copione attuato nell'ultima settimana, anche se qualcosa ronza nella testa. Non sai cos'è, ma sai che c'è.
Ti presenti all'appuntamento baldanzoso, sfoggiando la tua camicia preferita, unitamente a una buona dose di autostima e un pizzico di curiosità (alimentato dal ronzio di cui sopra).
E poi succede qualcosa.
Succede che inizi a chiacchierare, a scambiare battute, a parlare di passioni, in comune o meno, a mangiare un gelato.
E passa un'ora. E forse qualcosa di più. E in quest'ora ti accorgi che forse, preso dalla voglia di accumulo e di conferma del fatto che sì, qualcosa è cambiato, ti eri dimenticato del fattore umano, davanti al quale non c'è bella statuina che regga.
La leggerezza, la spensieratezza di passeggiare di sera nella tua città, senza pensare a nulla, se non a goderti il momento.
E quella leggerezza, quella spensieratezza, mandano a puttane i tuoi buoni propositi di uomo che non deve chiedere mai, al punto che poi, sopra le lenzuola (sotto è improponibile, il 2 agosto), sei confuso, non sai come muoverti, hai paura di non dare il meglio di te (come se fossi in gara contro chissà quale avversario, invece di giocare nella stessa squadra con un alleato).
Poi ti saluti, fai un sorriso e torni sulla tua strada.
E il giorno dopo ti guardi un attimo indietro, senza nemmeno capire perché non arriva quel gesto di spontaneità da parte tua che ti consenta di dire "Ehi, sconosciuto! Grazie per la bella serata, sono stato bene". O magari ti arriva troppo tardi.
E inevitabilmente, dandoti un lieve scappellotto, ti chiedi: da quando in qua per ringraziare qualcuno devi sentire la necessità di chiedere il permesso?

giovedì 16 maggio 2013

LIFE
Complice Luna


La pelle bruciata dai raggi di luna
Nasconde un segreto, un amore rubato
I giunchi mimetizzano due corpi cinerei
Che ad ogni equinozio si incontrano furtivi

Promessi entrambi a un futuro distratto
Si lasciano andare tra lacrime amare
Non possono guardarsi, celato è l'amore
Stupiti di dove li abbia portati il cuore

La luce del giorno non deve trovarli
L'amaro sorriso dovranno indossare
La luna sorride, sa che non è un addio
Attenderà paziente l'equinozio a venire


Claudio Questa

sabato 11 maggio 2013

LIFE
Della psicoterapia, e altri dubbi


Ho visto una puntata di In Treatment, una nuova serie TV italiana diretta da Saverio Costanzo e interpretata da Sergio Castellitto, psicoterapeuta che ospita ogni settimana nel suo studio pazienti di varie tipologie (in breve, l'episodio che ho visto è incentrato sulla figura di Dario, magistralmente interpretato da Guido Caprino, carabiniere sotto copertura coinvolto in una difficile indagine su una pericolosa organizzazione criminale). Oltre a essere rimasto incredibilmente stupito dall'ottima fattura della serie TV, di livello eccelso, soprattutto nel desolante panorama della televisione italiana di oggi, sono andato inevitabilmente con il pensiero alla mia situazione personale.
Sono in terapia da quasi due anni ormai, un universo nebuloso che mi ha letteralmente cambiato la vita. E guardando la puntata in questione, dove Dario confessa al suo terapeuta la paura di essere gay, con tutte le ripercussioni del caso (mito del machismo messo in discussione, identificazione dell'omosessuale come essere debole e frignante, con conseguente timore di non essere in grado di affrontare le traversie della vita), non ho potuto non osservare la partecipazione umana dello psicoterapeuta di fronte al momento di crisi vissuto dal paziente. E mi sono chiesto: quanto c'è di veramente empatico nell'atteggiamento di uno psicoterapeuta? Quanto partecipa effettivamente al dolore del suo paziente? Quanto la scelta del suo lavoro è stata influenzata dalla necessità o dalla voglia di aiutare le persone? E quanto l'identificazione della psicoterapia come servizio che prevede un compenso di natura economica (laddove privata) ci permette effettivamente di interpretare la professione come un bene di cui ci forniamo, proprio come se andassimo a un supermercato o in un centro commerciale?
Mi piace pensare allo psicoterapeuta come a una persona pagata per condividere le sue conoscenze didattiche, apprese dopo anni e anni di studio intenso, ma che nella sua professione investe una notevole percentuale di umanità ed empatia verso l'altro. Una missione, più che un lavoro, come quella di un medico.
Mi piace pensare allo psicoterapeuta come a una persona in grado di aiutarmi umanamente a capire i miei limiti e a fornirmi gli strumenti per accettarli, laddove sia impossibile superarli.
Mi piace pensare di sedermi di fronte a una persona che offre il suo servizio ponendosi come primo obiettivo quello di aiutarmi a migliorare la mia vita, e non quello di gonfiarsi il portafogli.

venerdì 10 maggio 2013

LIFE
Un momento


Non è un momento negativo, è solo un momento di grande cambiamento.
Un momento in cui a volte ho difficoltà a riconoscermi allo specchio.
Un momento in cui non ho voglia di socializzare con tutti, o meglio con chiunque.
Un momento in cui ho bisogno di cambiare modalità di comunicazione e, all'occorrenza, il destinatario.
Un momento in cui i rami potati sono più di quelli ancora attaccati all'albero, ma se sono secchi è giusto lasciare il posto a quelli che devono ancora nascere.
Un momento in cui realizzo che posso davvero scegliere chi portare in viaggio con me.
Un momento in cui non sento troppo la mancanza di qualcuno accanto, e la cosa mi fa un po' paura.
Un momento che posso, devo e voglio dedicare completamente a me stesso.

mercoledì 8 maggio 2013

LIFE
Quanto costa una rosa?


La domanda rompe il silenzio di questa piacevolissima serata, che mi accompagna lungo il tragitto da casa dei miei a casa mia, a piedi, con Penny al guinzaglio e un libro nell'altra mano. Sì, perché io, nei lunghi tragitti a piedi, leggo, in città come in montagna. Ho persino imparato a scorgere gradini, marciapiedi ed escrementi con la coda dell'occhio, per non inciampare o, come nell'ultimo caso, per non finirci sopra. E nel silenzio del quartiere, il giovane in motorino accosta e si avvicina al fioraio ancora aperto (a proposito, perché i fiorai sono sempre aperti, di notte?).
Ho interrotto la lettura. Ho pensato a quel piccolo gesto, magari neppure programmato, ma affacciatosi nella mente del ragazzo, forse sovrappensiero, alla vista del chiosco. Ho pensato alla sorpresa negli occhi della sua ragazza (o del suo ragazzo?), uno sguardo carico di amore, ho pensato a un abbraccio sul pianerottolo o davanti al cancello di casa.
E ho pensato a quanto ci vuole poco, davvero, per stare bene.

giovedì 16 febbraio 2012

LIFE
Io e una maschera

Non mi era mai successa una cosa del genere.
Passeggio quasi tranquillo e quasi beato su viale Regina Margherita per un appuntamento di lavoro. Arrivo in anticipo e decido di allungare un po' per andare a fare colazione. La giornata promette bene, il sole scalda le ossa dopo lunghissime settimane di freddo pungente. Attraverso la strada e dall'altra parte mi attende questa maschera che vedete qui a fianco. Un "artista" di strada che di artista aveva ben poco. Una maschera di carnevale sul viso, una coroncina in testa, un sacco verde che ricopre tutto il corpo. Mi ricorda la Statua della Libertà. Mi aspetto quello che si aspettano tutti quando incontrano le maschere per strada, ovvero che rimangano immobili, impietrite, come statue. E invece no. La maschera ad ogni persona che le passa davanti alza una manina timida e saluta. Nient'altro. Io non so cosa mi abbia preso. Non ho idea di chi si nascondesse sotto quella maschera. Non so nemmeno se fosse un uomo o una donna, giovane, adulto, anziano. So solo che quel gesto, timido, sconnesso, fuori luogo per un'attrazione da strada, mi ha stretto una morsa nel cuore. Ho percepito una persona sola, che forse non sa nemmeno perché si trovi lì. Che forse non sa fare altro, se non alzare la mano e salutare. So solo che avrei tanto avuto voglia di andarle vicino, abbracciarla, dirle che non è sola, almeno in quel momento. Probabilmente non mi ha neppure notato. Ha continuato a salutare le altre persone che passavano, indistintamente. Io invece quella maschera me la sono portata fino a casa. E ora scrivo di lei, ovunque sia.

sabato 4 febbraio 2012

LIFE
S come Sintonia

Sillabazione:
【sin-to-nì-a】

Definizione e Significato:
1 - Fisica, Identità di frequenza tra grandezze o fenomeni periodici ‖ mettere in sintonia, nelle telecomunicazioni, accordare il circuito ricevente con quello trasmittente ‖ comando, indicatore di sintonia, in apparecchi radiofonici o televisivi, dispositivo che permette di scegliere la stazione trasmittente desiderata accordandosi con la frequenza d'onda corrispondente.
2 - Figurativo, Armonia, accordo: essere in sintonia con i tempi

Come faccio a scrivere un post sensato sulla "sintonia" se anche il dizionario la relega al secondo posto, descrivendola con 8 semplici parole?

Dunque. La sintonia è quella corrispondenza d'amorosi sensi (cit.) che scatta tra due persone che condividono passioni, interessi, punti di vista. Presuppone una certa conoscenza reciproca che permetta di andare al di là del semplice, anche se pur sempre piacevole, scambio di opinioni, battute e una serie di elementi che rendono misteriosamente interessante un'altra persona.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama semplicemente "curiosità".

Proprio per sua natura, la sintonia è un'armonia astratta, priva di qualunque connotazione fisica o chimica. Richiede tempo, interesse, costanza. Richiede l'abbandonarsi a sensazioni che ci fanno pensare che, sì, una persona può percorrere un percorso di vita con un'altra e non si esaurisce nell'arco di 48 ore.
Quella non sia chiama "sintonia", si chiama "compensazione alla monotonia".

La sintonia riesce a unire le persone più disparate, permettendo di costruire giorno per giorno un rapporto forte, complice, quasi esclusivo. E ci illudiamo se pensiamo anche solo per un istante di poterla trovare nel primo personaggio che ci si para davanti nella nostra vita, ma ci consente, fortunatamente, di non lasciarlo fuggire nel momento in cui individuiamo il nostro eventuale compagno di vita, che nella maggior parte dei casi diventa un caro amico, se non un compagno. E non richiede certo di attraversare l'intera città a piedi, sommersi dalla neve, pur di vedere l'oggetto della nostra sintonia.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama "impellenza di esplicare le nostre funzioni fisiologiche".

La sintonia, infine, prescinde dall'aspetto fisico. Prescinde dall'immagine che proiettiamo di una persona nel momento in cui, non avendola ancora conosciuta, abbiamo a disposizione solo una fotografia sfocata. Tanto è vera questa definizione, che una vera e profonda sintonia non impedisce a due persone che fisicamente possono non trovarsi attraenti di andare a mangiare una pizza o discutere di libri, cinema o musica davanti a un bicchiere di vino, con uno scambio continuo di sorrisi e il calore nel cuore.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama "scarto del pezzo meno appetitoso al banco della macelleria".

A tale scopo, evitate figuracce in pubblico. Utilizzate con molta cautela questa parola.

martedì 7 settembre 2010

LIFE
Lasciar(si) andare...

Da qualche parte nel mondo, in questo momento, secondo alcuni c'è la nostra anima gemella. Chi non ha mai sognato di incontrarla? Una persona fatta su misura per noi, che risponda ai nostri gusti e alle nostre esigenze, presente quando c'è da esserlo, dolce quando lo richiede la situazione, audace quando il nostro corpo lo esige. Se questa teoria è vera, e per quanto mi riguarda lo è nel momento in cui si accetta l'idea che di anima gemella ne esista una sola, che cosa ci fa credere che nel momento in cui ci innamoriamo l'abbiamo davvero trovata? In questo ci aiuta l'idea stessa che abbiamo dell'amore. A volte mi sono fermato a riflettere su cosa significhi davvero essere innamorati, trovare la felicità. Dov'è il limite tra l'amare qualcuno e l'accontentarsi dell'illusione di amarlo veramente? Intorno a noi non facciamo che vedere coppie felici promettersi amore eterno, scambiarsi tenere effusioni, condividere qualcosa di apparentemente speciale. Chi di noi non ha provato questa emozione, o teme di averla perduta o addirittura di non provarla mai, può essere terrorizzato a tal punto da costruirsene una a propria immagine e somiglianza? È giusto scendere a compromessi in amore? Accontentarsi di qualcuno che forse non è proprio la persona che stiamo aspettando? Personalmente, credo di essermi innamorato diverse volte dell'idea di innamorarmi, piuttosto che di una persona specifica. D'altro canto, però, è possibile che i milioni di persone innamorate attorno a noi abbiamo semplicemente deciso di accontentarsi di un'illusione piuttosto che vivere nella ricerca e nell'attesa di QUEL momento giusto?

No.

Alla base di tutto questo penso che sussista una fondamentale differenza, un limite che non andrebbe mai valicato. È giusto scendere a compromessi nel momento in cui non viene calpestata la nostra persona, il nostro ego, la nostra felicità. La linea di confine tra il "lasciarsi andare" a qualcosa di veramente speciale, per quanto imperfetto, e il "lasciare andare" qualcosa che, probabilmente, non è mai esistito veramente. In fondo, la vera maturità sta nell'accettare che la perfezione non è di questo mondo, piuttosto che illudersi di averla davvero trovata.

lunedì 22 febbraio 2010

LIFE
La dura verità

Da Wikipedia:

Una tattica è un metodo utilizzato per conseguire determinati obiettivi. Si applica alla guerra (tattica militare), ad una battaglia o ad un duello, ma anche in economia, nel commercio, nello sport, nelle attività ludiche e in una grande varietà di campi come la negoziazione.

Le tattiche sono i mezzi concreti utilizzati per ottenere il risultato prefissato.
Il dizionario di termini militari del Dipartimento della Difesa statunitense [1] definisce il livello tattico come:

« il livello militare in cui le battaglie e l'impegno bellico sono pianificati ed eseguiti per ottenere obiettivi militari assegnati alle unità tattiche o task force. »


La strategia è il progetto complessivo.
Un esempio della differenza, in una guerra contro un'altra nazione, in cui l'obiettivo è vincere la guerra, è tra la strategia che punta a distruggerne l'esercito per neutralizzare la sua capacità militare e le tattiche messe in opera dai combattenti per eseguire specifiche azioni in luoghi specifici.

Secondo Michel de Certeau, mentre la strategia crea il suo spazio autonomo, una tattica è una azione volontaria determinata dall'assenza di un luogo proprio. Lo spazio della tattica è 'lo spazio dell'altro'. Le tattiche sono dunque azioni isolate che si avvantaggiano delle opportunità offerte dall'avversario.

domenica 7 febbraio 2010

LIFE
Fame di cuore


Perché non si può sempre aprire bocca, senza pagarne le conseguenze.
Perché a volte necessario sedersi e attendere.
Perché rispetto significa anche questo.
Perché è facile fraintendere.
Perché è facilissimo lasciarsi andare.
Perché non possiamo sempre indossare una maschera.
Perché voglio spremere la vita e viverla attimo per attimo.
Perché ho fame di cuore.

lunedì 29 dicembre 2008

LIFE
L'alba

Chi mi conosce bene non lo direbbe, eppure l'alba è il momento della giornata che mi emoziona di più.
L'ho vista non poche volte, l'alba. Il più delle volte perché non ero ancora andato a dormire, più raramente perché dovevo alzarmi presto, per studiare o andare a lavorare.
Non so se attribuire all'alba un significato particolare, la nascita, la creazione, il calore dopo il freddo, la luce dopo il buio. So solo che rimango estasiato dai suoi colori, dalle sfumature che dal viola arrivano al giallo, passando attraverso i rossi e gli arancioni più intensi che la Natura possa creare.

Giovanni Pascoli ha scritto una splendida poesia sull'alba:

Odoravano i fior di vitalba
per via, le ginestre nel greto;
aliavano prima dell'alba
le rondini nell'uliveto.
Aliavano mute con volo
nero, agile, di pipistrello;
e tuttora gemea l'assiolo,
che già spincionava il fringuello.
Tra i pinastri era l'alba che i rivi
mirava discendere giù:
guizzò un raggio, soffio su gli ulivi;
virb...disse una rondine; e fu
giorno: un giorno di pace e lavoro,
che l'uomo mieteva il suo grano,
e per tutto nel cielo sonoro
saliva un cantare lontano.

Vi regalo due albe scattate sul balcone di casa mia, nel periodo in cui sta per scattare il cambio dell'ora legale con l'ora solare.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...