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lunedì 8 agosto 2016

LIFE
Ali

Io da qualche parte le ali devo averle, ne sono più che sicuro.
Ce le hanno tutti. Ce le hanno sempre avute tutti.
A volte si spezzano, a volte funzionano male, a volte cadono proprio.
Qualcuno se ne è servito per volare talmente in alto da superare i propri limiti.
Io le mie non le ho mai viste, e non perché dovrebbero essere alle mie spalle.
Temo che non siano ancora spuntate. Mi auguro solo che ci mettano tutto questo tempo per portarmi davvero in alto. Che crescano belle forti e resistenti. Che mi aiutino a salire, anche a scendere in picchiata, qualche volta, per poi farmi mancare il fiato dall'emozione quando mi riporteranno ancora più su.
Perché volare deve essere davvero emozionante, così mi dicono e così percepisco.
A volte questo imperdonabile ritardo mi fa un po' paura, e farà paura anche a qualcun altro, lo capisco. Però, dopo tutta questa attesa, sono certo che volare sarà ancora più bello, perché alla spensieratezza aggiungerò la saggezza del tempo che è trascorso e la consapevolezza di quello che ancora avrò davanti.
Ne varrà la pena. È l'unica cosa che mi permette di continuare a stare a seduto ad aspettare che escano da sole, queste ali, anziché mettermi a scorticare la schiena per tirarle fuori se non sono ancora pronte.

domenica 27 luglio 2014

LIFE
Lo zen e l'arte di farsi i cazzi propri in chat

Facciamo il doveroso disclaimer di inizio post. In teoria non ce ne dovrebbe essere bisogno, in pratica sarà necessario.

QUESTO POST NON INTENDE MINIMAMENTE ATTACCARE IL GUSTO PERSONALE DEL LETTORE CHE, IN QUANTO PERSONA DOTATA DI PREFERENZE PRETTAMENTE INDIVIDUALI, È OVVIAMENTE ORIENTATO VERSO CARATTERISTICHE ESTETICHE E FISICHE CHE SONO DA RITENERSI INSINDACABILI. L'AUTORE CI TIENE A PRECISARE CHE IL CONTENUTO DI QUESTO POST SI RIFERISCE A UN FATTORE PURAMENTE FORMALE, CHE NULLA A CHE VEDERE CON IL CONTENUTO STESSO DI QUANTO RIPORTATO DALLE CONVERSAZIONI AVUTE CON I SUOI INTERLOCUTORI O DA QUANTO RECEPITO IN SEGUITO AD ANNI DI COSTANTE ESPLORAZIONE.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è di per sé una stronzata. Una di quelle cose che evidentemente, presa fuori contesto, sembrerebbe innocua e apparentemente inutile da sottolineare. Proprio come accadeva nel bellissimo incipit di Rose Madder di Stephen King, dove la malcapitata di turno, omonima protagonista del romanzo, dopo continui soprusi e violenze da parte del marito, perde completamente la testa quando una goccia di sangue le cola dal naso e contamina il candore del lenzuolo sul letto che stava riordinando in una mattinata qualsiasi. Un capillare rotto all'improvviso, come è capitato molte volte a ciascuno di noi, senza motivo. Eppure quella goccia di sangue rappresenta la goccia di troppo, quella che fa aprire gli occhi alla donna e la porta a ribellarsi.
La mia goccia di sangue è una frase apparentemente innocua, scritta anche (forse) con l'intento di strappare un sorriso a chi legge, su un profilo di una comunissima chat per incontri finalizzati essenzialmente al sesso:
Se avete la panza, non è colpa mia, mica so' venuto a casa vostra a ingozzarvi di lasagne con un imbuto
A questo punto è d'obbligo chiarire due punti:
1 - Colpa? Quale colpa? Se parliamo di colpa, inevitabilmente stiamo dando per scontato che un'azione da noi compiuta determini una "punizione", una "rinuncia" di cui dovremo privarci per esserci ingozzati la suddetta lasagna con un imbuto. Di grazia, quale sarebbe questa rinuncia? Non avere l'occasione e il privilegio di essere toccati da mani atletiche? Perdere l'occasione della vita di sdraiarci accanto al portatore di orgasmi e gioie per eccellenza?
2 - Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Se però domanda non sussiste, l'informazione, dalla forma indubbiamente denigratoria, è superflua. Voglio dire, anche sti cazzi, eh? Conoscendo il soggetto di persona, anche io ho pensato subito "Se sei deficiente, non è colpa mia, mica so' venuto in classe tua mentre il professore spiegava e ti ho portato di peso in palestra a fare 25 serie di addominali". Ho semplicemente evitato di dirlo, perché non mi è stato chiesto.

Il punto è questo: che cos'è che ci porta a esprimere un parere discriminatorio quando non ci viene minimamente chiesto? Perché, in nome di una preferenza assolutamente legittima, frasi come "Preferisco incontrare gente atletica" o "Non sono attratto da tipologie androgine" lasciano il posto a "Alla larga cessi, grassoni e checche"?
È perché la CREATINA ha preso talmente il sopravvento nel cervello da perdere una A e trasformarsi in CRETINA?
È il "non chiesto" che a me manda letteralmente fuori di testa.
Peccato per la pancia, perché hai un viso bellissimo
Peccato per chi? Per me? E chi mi garantisce che, se mi chiudo in palestra 5 ore al giorno per 10 mesi, mi aspettano sensazionali ore di fuoco con te? No, perché se poi lo faccio, vengo a battere cassa, e so' cazzi amari, eh?
Non ho minimamente intenzione di dilungarmi su quanto una foto possa fuorviare o formulare in noi un giudizio solamente apparente di quello che può aspettarci dall'altra parte dello schermo, sono il primo a farlo. La foto (se reale, poi, e recente) è un fattore di selezione naturale, dà un'indicazione approssimativa di ciò che potrebbe attenderci. E potrebbe anche dare un suggerimento sbagliato, ma tant'è: la chat è il luogo meno indicato per dare una chance a chiunque solo perché potremmo rimanere sorpresi da ciò che potremmo ritrovarci di fronte.
Ho però intenzione di dilungarmi sulla scelta delle parole. Quello sì.
Sull'arroganza.
Sulla mancanza di rispetto.
Sulla superficialità di un giudizio rivolto a una persona di cui non sappiamo nulla, non conosciamo il suo trascorso, non sappiamo quali difficoltà potrebbe aver dovuto affrontare per arrivare dove è arrivata e nelle condizioni in cui ci è arrivata. Selezionare è una delle azioni più comuni al mondo. Lo facciamo quando andiamo a fare la spesa, scegliendo la mela che ci SEMBRA più sana, più bella e più profumata (il che non esclude che possa essere marcia una volta sbucciata), lo facciamo quando vogliamo comprarci un paio di pantaloni, puntando al modello che ci risalta il culo o ci sfina le gambe (fermo restando che, quando lo togliamo, i trucchi sono finiti), però guarda caso quando dobbiamo scegliere un partner per la vita la selezione avviene in modo naturale e involontario: non scegliamo mai di chi innamorarci. Non ci sediamo alla scrivania pensando "OK, ora mi concentro e mi innamoro di lui/lei". A volte ci stupiamo, addirittura, della persona che ci ritroviamo accanto, perché molte volte quella persona non ha nulla a che vedere con le nostre preferenze. È successo e basta, e per quanto mi riguarda la sorpresa è ancora più eccezionale della conferma di aver trovato accanto a noi la materializzazione di ogni nostra più piccola fantasia.
Selezioniamo, perché il mercato offre di tutto e di più.
Continuiamo a farlo, perché è giusto puntare a ciò che noi crediamo meritevole e degno di starci accanto.
Però facciamolo con educazione, con rispetto, con buone maniere, porca puttana!
E ricordiamo sempre che, in un'interazione, un parere non richiesto non è un parere. È solo una mancata occasione di incamerare più ossigeno e fare più bella figura.


E comunque sappiate che, nel caso remoto in cui dovessi davvero decidere di chiudermi in palestra 5 ore al giorno per 10 mesi, il mio cervello non subirà alcuna modifica, e mi ricorderò di ognuno di voi...

domenica 8 settembre 2013

LIFE
Il savoir faire nell'arte di scopare

È successo stasera, durante la solita conversazione via WhatsApp con il mio alter ego/amico/fac-simile, e in risposta alla mia domanda: "Però ci vuole anche un po' di savoir fare, non trovi?", ricevo un secco: "No".
La mia espressione somiglia a quella di Clara Calamai riflessa nello specchio di Profondo Rosso.
OK, vediamo di chiarire il punto.

Una serie di preconcetti, strutture e insicurezze abbinata a una massiccia di dose di seghe mentali mi hanno portato nella vita alla convinzione che in qualunque situazione, con qualsiasi persona si interagisca, il savoir faire sia fondamentale. Anche in una scopata.
Voglio dire, il buon vecchio "saper campare" per me non passa mai di moda.
Devo rifiutare un invito? Cerco di far capire che lo apprezzo, ma che sono impossibilitato ad accettarlo.
Devo troncare con qualcuno che non mi va perfettamente a genio? Cerco di far capire che sono emerse delle incompatibilità che ci impediscono di proseguire il discorso, senza che la colpa sia di uno o dell'altro.
Devo passare qualche ora con qualcuno senza impegni o complicazioni di qualsiasi sorta? Cerco di creare una situazione in cui entrambi possiamo sentirci a nostro agio e in perfetta intimità, anche se non ci vedremo più.
Queste sono le regole, o almeno quelle che applico io.
Tendo a vedere le cose tendenzialmente bianche o nere. Sono poche le sfumature che mi concedo.
Fermo restando che ognuno è libero di pensare e agire nel modo che ritiene più consono alla propria personalità, se un incontro si ripete più volte e si condisce di ingredienti particolari, quali una cena, una buona dose di gesti affettuosi, stabilendo una sorta di pseudo-continuità che va a uccidere la fretta e furia con cui ci si riveste quasi con un po' di vergogna e si ritorna nelle proprie case nemmeno si fosse andati a svaligiare una villa sull'Appia Antica, il significato che attribuisco a queste sensazioni è quello di provare a vedere se sussistono le condizioni per guardare un po' al di là del proprio naso, pur consapevole che l'interpretazione è puramente soggettiva e può non essere condivisa da chi interagisce con me. Me ne assumo tutte le responsabilità del caso.
L'ingranaggio per me si inceppa quando subentra la sensazione che dall'altra parte, pur con una risposta continuativa, mi si lasci sistematicamente carta bianca per organizzare anche un semplice momento di divertimento. O quando si palesa l'idea che, se mi dice bene, posso riuscire ad inserirmi in un piccolo spazio all'interno di un'agenda apparentemente fitta di impegni. Se così fosse, ritengo sarebbe il caso di non darlo a vedere, perché a quel punto, è più forte di me, non lascio spazio nemmeno a un incontro di puro relax senza il benché minimo strascico di coinvolgimento emotivo.
E qui torno al punto iniziale: il savoir faire. Essenziale, per quanto mi riguarda, anche "in quei momenti lì".
D'altronde, colpa mia, quando vado al supermercato a comprare un pezzo di manzo, tendo sempre a scegliere quello che si presenta meglio, pur sapendo che, negli altri casi, sempre di manzo si tratta.

sabato 4 febbraio 2012

LIFE
S come Sintonia

Sillabazione:
【sin-to-nì-a】

Definizione e Significato:
1 - Fisica, Identità di frequenza tra grandezze o fenomeni periodici ‖ mettere in sintonia, nelle telecomunicazioni, accordare il circuito ricevente con quello trasmittente ‖ comando, indicatore di sintonia, in apparecchi radiofonici o televisivi, dispositivo che permette di scegliere la stazione trasmittente desiderata accordandosi con la frequenza d'onda corrispondente.
2 - Figurativo, Armonia, accordo: essere in sintonia con i tempi

Come faccio a scrivere un post sensato sulla "sintonia" se anche il dizionario la relega al secondo posto, descrivendola con 8 semplici parole?

Dunque. La sintonia è quella corrispondenza d'amorosi sensi (cit.) che scatta tra due persone che condividono passioni, interessi, punti di vista. Presuppone una certa conoscenza reciproca che permetta di andare al di là del semplice, anche se pur sempre piacevole, scambio di opinioni, battute e una serie di elementi che rendono misteriosamente interessante un'altra persona.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama semplicemente "curiosità".

Proprio per sua natura, la sintonia è un'armonia astratta, priva di qualunque connotazione fisica o chimica. Richiede tempo, interesse, costanza. Richiede l'abbandonarsi a sensazioni che ci fanno pensare che, sì, una persona può percorrere un percorso di vita con un'altra e non si esaurisce nell'arco di 48 ore.
Quella non sia chiama "sintonia", si chiama "compensazione alla monotonia".

La sintonia riesce a unire le persone più disparate, permettendo di costruire giorno per giorno un rapporto forte, complice, quasi esclusivo. E ci illudiamo se pensiamo anche solo per un istante di poterla trovare nel primo personaggio che ci si para davanti nella nostra vita, ma ci consente, fortunatamente, di non lasciarlo fuggire nel momento in cui individuiamo il nostro eventuale compagno di vita, che nella maggior parte dei casi diventa un caro amico, se non un compagno. E non richiede certo di attraversare l'intera città a piedi, sommersi dalla neve, pur di vedere l'oggetto della nostra sintonia.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama "impellenza di esplicare le nostre funzioni fisiologiche".

La sintonia, infine, prescinde dall'aspetto fisico. Prescinde dall'immagine che proiettiamo di una persona nel momento in cui, non avendola ancora conosciuta, abbiamo a disposizione solo una fotografia sfocata. Tanto è vera questa definizione, che una vera e profonda sintonia non impedisce a due persone che fisicamente possono non trovarsi attraenti di andare a mangiare una pizza o discutere di libri, cinema o musica davanti a un bicchiere di vino, con uno scambio continuo di sorrisi e il calore nel cuore.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama "scarto del pezzo meno appetitoso al banco della macelleria".

A tale scopo, evitate figuracce in pubblico. Utilizzate con molta cautela questa parola.

martedì 7 settembre 2010

LIFE
Lasciar(si) andare...

Da qualche parte nel mondo, in questo momento, secondo alcuni c'è la nostra anima gemella. Chi non ha mai sognato di incontrarla? Una persona fatta su misura per noi, che risponda ai nostri gusti e alle nostre esigenze, presente quando c'è da esserlo, dolce quando lo richiede la situazione, audace quando il nostro corpo lo esige. Se questa teoria è vera, e per quanto mi riguarda lo è nel momento in cui si accetta l'idea che di anima gemella ne esista una sola, che cosa ci fa credere che nel momento in cui ci innamoriamo l'abbiamo davvero trovata? In questo ci aiuta l'idea stessa che abbiamo dell'amore. A volte mi sono fermato a riflettere su cosa significhi davvero essere innamorati, trovare la felicità. Dov'è il limite tra l'amare qualcuno e l'accontentarsi dell'illusione di amarlo veramente? Intorno a noi non facciamo che vedere coppie felici promettersi amore eterno, scambiarsi tenere effusioni, condividere qualcosa di apparentemente speciale. Chi di noi non ha provato questa emozione, o teme di averla perduta o addirittura di non provarla mai, può essere terrorizzato a tal punto da costruirsene una a propria immagine e somiglianza? È giusto scendere a compromessi in amore? Accontentarsi di qualcuno che forse non è proprio la persona che stiamo aspettando? Personalmente, credo di essermi innamorato diverse volte dell'idea di innamorarmi, piuttosto che di una persona specifica. D'altro canto, però, è possibile che i milioni di persone innamorate attorno a noi abbiamo semplicemente deciso di accontentarsi di un'illusione piuttosto che vivere nella ricerca e nell'attesa di QUEL momento giusto?

No.

Alla base di tutto questo penso che sussista una fondamentale differenza, un limite che non andrebbe mai valicato. È giusto scendere a compromessi nel momento in cui non viene calpestata la nostra persona, il nostro ego, la nostra felicità. La linea di confine tra il "lasciarsi andare" a qualcosa di veramente speciale, per quanto imperfetto, e il "lasciare andare" qualcosa che, probabilmente, non è mai esistito veramente. In fondo, la vera maturità sta nell'accettare che la perfezione non è di questo mondo, piuttosto che illudersi di averla davvero trovata.

domenica 7 febbraio 2010

LIFE
Fame di cuore


Perché non si può sempre aprire bocca, senza pagarne le conseguenze.
Perché a volte necessario sedersi e attendere.
Perché rispetto significa anche questo.
Perché è facile fraintendere.
Perché è facilissimo lasciarsi andare.
Perché non possiamo sempre indossare una maschera.
Perché voglio spremere la vita e viverla attimo per attimo.
Perché ho fame di cuore.
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