Io da qualche parte le ali devo averle, ne sono più che sicuro.
Ce le hanno tutti. Ce le hanno sempre avute tutti.
A volte si spezzano, a volte funzionano male, a volte cadono proprio.
Qualcuno se ne è servito per volare talmente in alto da superare i propri limiti.
Io le mie non le ho mai viste, e non perché dovrebbero essere alle mie spalle.
Temo che non siano ancora spuntate. Mi auguro solo che ci mettano tutto questo tempo per portarmi davvero in alto. Che crescano belle forti e resistenti. Che mi aiutino a salire, anche a scendere in picchiata, qualche volta, per poi farmi mancare il fiato dall'emozione quando mi riporteranno ancora più su.
Perché volare deve essere davvero emozionante, così mi dicono e così percepisco.
A volte questo imperdonabile ritardo mi fa un po' paura, e farà paura anche a qualcun altro, lo capisco.
Però, dopo tutta questa attesa, sono certo che volare sarà ancora più bello, perché alla spensieratezza aggiungerò la saggezza del tempo che è trascorso e la consapevolezza di quello che ancora avrò davanti.
Ne varrà la pena. È l'unica cosa che mi permette di continuare a stare a seduto ad aspettare che escano da sole, queste ali, anziché mettermi a scorticare la schiena per tirarle fuori se non sono ancora pronte.
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lunedì 8 agosto 2016
mercoledì 29 giugno 2016
LIFE
Anaffettivi anALPHAbeti
Nemmeno una goccia.
Fa comodo non vederlo, non farci caso, far finta di nulla, ma entrambe le espressioni sono figlie dello stesso tumore civile: il maschilismo.
Quel maschilismo che nasce in famiglia, tutti riuniti amorevolmente davanti alla TV (mamme comprese) a guardare sfilate di seni e fondoschiena in bella vista, con il bimbo imbarazzato che guarda il padre con un’espressione mista tra il divertito, l’eccitato e l’imbarazzato, e il padre che, con sguardo fiero e imperioso, ammicca al figlio con un occhiolino, scuotendo leggermente la testa divertito in direzione della televisione. “Quella, figlio mio, è una femmina”, sembra dirgli. “Una femmina umana accogliente e subito pronta. Nata per essere castigata”.
E poco importa se il bimbo, dopo qualche anno, si ritrova in un gruppo di altri ragazzi come lui senza che nessuno di loro si fermi un secondo a riflettere sul fatto che “Cazzo, stiamo stuprando una ragazzina!”
Poco importa se, di fronte a una discussione con una donna, quel giovane non troverà di meglio che darle della “troia”, azzerando in un attimo qualsiasi tentativo costruttivo di critica e relegando a semplice meretrice il ruolo della sua interlocutrice.
Poco importa se, crescendo, quel ragazzino scoprirà che quel fondoschiena e quei seni non sono poi così interessanti, perché ricorderà le parole della sua famiglia, quella secondo cui “un uomo è uomo solo se ficca”.
Importa poco, sì, perché di fronte a gesti inconsulti e bestiali come un branco che stupra una ragazzina ci sarà sempre un padre o una madre del genere “alpha” che sarà pronto a perdonare la “ragazzata” (cit.) dei loro figli.
L’importante è incastrare la giusta combinazione “pene+vagina”, condannare la sgualdrina di turno perché “poteva evitare di essere così provocante e girare in minigonna” (d’altronde, sono numerosissimi i casi di violenza attuati da lesbiche nei confronti di tante donne in minigonna, no?), storcere il naso di fronte al Gay Pride perché “va bene tutto, ma certe cose fatele a casa vostra, altrimenti cosa spiego a mio figlio?”.
A parte che, come ho già ribadito più volte, il problema di elargire spiegazioni ai vostri figli è solo vostro, ma magari spiegategli come accade che uno o più maschi costringano una ragazza a subire uno stupro.
Spiegategli perché in televisione vengono sbattuti così tanti clitoridi in primo piano.
Spiegategli perché i gay non possono sfilare a torso nudo su un carro ma le ragazze che procacemente mettono in mostra la loro mercanzia sì.
Spiegategli come mai un ragazzino è stato picchiato a morte dai suoi compagni: pensate potrà bastar loro la spiegazione “Preferiva giocare con le Barbie anziché con i soldatini”?
Beh, sappiate che se per loro dovesse essere sufficiente, avete fallito. Come padri, come uomini, come esseri umani. E hanno fallito anche le donne al vostro fianco, spesso in prima fila a condannare la libertà altrui e ad appoggiare le teorie secondo cui “se l’è andata a cercare”, “l’uomo lavora, la donna a casa a pulire” e “se avessi un figlio gay lo sbatterei fuori di casa”. Donne la cui memoria corta impedisce loro di riconoscere che nasciamo liberi e con gli stessi diritti. Diritti di amare, di essere rispettati, persino di mostrare un capezzolo o una chiappa al vento, una volta ogni tanto.
State consegnando ai giovani un futuro (e un paese) disperato, ma a voi poco importa.
L’importante è che lo affrontino a testa alta e cazzo dritto.
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domenica 27 luglio 2014
LIFE
Lo zen e l'arte di farsi i cazzi propri in chat
Facciamo il doveroso disclaimer di inizio post. In teoria non ce ne dovrebbe essere bisogno, in pratica sarà necessario.
QUESTO POST NON INTENDE MINIMAMENTE ATTACCARE IL GUSTO PERSONALE DEL LETTORE CHE, IN QUANTO PERSONA DOTATA DI PREFERENZE PRETTAMENTE INDIVIDUALI, È OVVIAMENTE ORIENTATO VERSO CARATTERISTICHE ESTETICHE E FISICHE CHE SONO DA RITENERSI INSINDACABILI. L'AUTORE CI TIENE A PRECISARE CHE IL CONTENUTO DI QUESTO POST SI RIFERISCE A UN FATTORE PURAMENTE FORMALE, CHE NULLA A CHE VEDERE CON IL CONTENUTO STESSO DI QUANTO RIPORTATO DALLE CONVERSAZIONI AVUTE CON I SUOI INTERLOCUTORI O DA QUANTO RECEPITO IN SEGUITO AD ANNI DI COSTANTE ESPLORAZIONE.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è di per sé una stronzata. Una di quelle cose che evidentemente, presa fuori contesto, sembrerebbe innocua e apparentemente inutile da sottolineare. Proprio come accadeva nel bellissimo incipit di Rose Madder di Stephen King, dove la malcapitata di turno, omonima protagonista del romanzo, dopo continui soprusi e violenze da parte del marito, perde completamente la testa quando una goccia di sangue le cola dal naso e contamina il candore del lenzuolo sul letto che stava riordinando in una mattinata qualsiasi. Un capillare rotto all'improvviso, come è capitato molte volte a ciascuno di noi, senza motivo. Eppure quella goccia di sangue rappresenta la goccia di troppo, quella che fa aprire gli occhi alla donna e la porta a ribellarsi.
La mia goccia di sangue è una frase apparentemente innocua, scritta anche (forse) con l'intento di strappare un sorriso a chi legge, su un profilo di una comunissima chat per incontri finalizzati essenzialmente al sesso:
1 - Colpa? Quale colpa? Se parliamo di colpa, inevitabilmente stiamo dando per scontato che un'azione da noi compiuta determini una "punizione", una "rinuncia" di cui dovremo privarci per esserci ingozzati la suddetta lasagna con un imbuto. Di grazia, quale sarebbe questa rinuncia? Non avere l'occasione e il privilegio di essere toccati da mani atletiche? Perdere l'occasione della vita di sdraiarci accanto al portatore di orgasmi e gioie per eccellenza?
2 - Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Se però domanda non sussiste, l'informazione, dalla forma indubbiamente denigratoria, è superflua. Voglio dire, anche sti cazzi, eh? Conoscendo il soggetto di persona, anche io ho pensato subito "Se sei deficiente, non è colpa mia, mica so' venuto in classe tua mentre il professore spiegava e ti ho portato di peso in palestra a fare 25 serie di addominali". Ho semplicemente evitato di dirlo, perché non mi è stato chiesto.
Il punto è questo: che cos'è che ci porta a esprimere un parere discriminatorio quando non ci viene minimamente chiesto? Perché, in nome di una preferenza assolutamente legittima, frasi come "Preferisco incontrare gente atletica" o "Non sono attratto da tipologie androgine" lasciano il posto a "Alla larga cessi, grassoni e checche"?
È perché la CREATINA ha preso talmente il sopravvento nel cervello da perdere una A e trasformarsi in CRETINA?
È il "non chiesto" che a me manda letteralmente fuori di testa.
Non ho minimamente intenzione di dilungarmi su quanto una foto possa fuorviare o formulare in noi un giudizio solamente apparente di quello che può aspettarci dall'altra parte dello schermo, sono il primo a farlo. La foto (se reale, poi, e recente) è un fattore di selezione naturale, dà un'indicazione approssimativa di ciò che potrebbe attenderci. E potrebbe anche dare un suggerimento sbagliato, ma tant'è: la chat è il luogo meno indicato per dare una chance a chiunque solo perché potremmo rimanere sorpresi da ciò che potremmo ritrovarci di fronte.
Ho però intenzione di dilungarmi sulla scelta delle parole. Quello sì.
Sull'arroganza.
Sulla mancanza di rispetto.
Sulla superficialità di un giudizio rivolto a una persona di cui non sappiamo nulla, non conosciamo il suo trascorso, non sappiamo quali difficoltà potrebbe aver dovuto affrontare per arrivare dove è arrivata e nelle condizioni in cui ci è arrivata. Selezionare è una delle azioni più comuni al mondo. Lo facciamo quando andiamo a fare la spesa, scegliendo la mela che ci SEMBRA più sana, più bella e più profumata (il che non esclude che possa essere marcia una volta sbucciata), lo facciamo quando vogliamo comprarci un paio di pantaloni, puntando al modello che ci risalta il culo o ci sfina le gambe (fermo restando che, quando lo togliamo, i trucchi sono finiti), però guarda caso quando dobbiamo scegliere un partner per la vita la selezione avviene in modo naturale e involontario: non scegliamo mai di chi innamorarci. Non ci sediamo alla scrivania pensando "OK, ora mi concentro e mi innamoro di lui/lei". A volte ci stupiamo, addirittura, della persona che ci ritroviamo accanto, perché molte volte quella persona non ha nulla a che vedere con le nostre preferenze. È successo e basta, e per quanto mi riguarda la sorpresa è ancora più eccezionale della conferma di aver trovato accanto a noi la materializzazione di ogni nostra più piccola fantasia.
Selezioniamo, perché il mercato offre di tutto e di più.
Continuiamo a farlo, perché è giusto puntare a ciò che noi crediamo meritevole e degno di starci accanto.
Però facciamolo con educazione, con rispetto, con buone maniere, porca puttana!
E ricordiamo sempre che, in un'interazione, un parere non richiesto non è un parere. È solo una mancata occasione di incamerare più ossigeno e fare più bella figura.
E comunque sappiate che, nel caso remoto in cui dovessi davvero decidere di chiudermi in palestra 5 ore al giorno per 10 mesi, il mio cervello non subirà alcuna modifica, e mi ricorderò di ognuno di voi...
QUESTO POST NON INTENDE MINIMAMENTE ATTACCARE IL GUSTO PERSONALE DEL LETTORE CHE, IN QUANTO PERSONA DOTATA DI PREFERENZE PRETTAMENTE INDIVIDUALI, È OVVIAMENTE ORIENTATO VERSO CARATTERISTICHE ESTETICHE E FISICHE CHE SONO DA RITENERSI INSINDACABILI. L'AUTORE CI TIENE A PRECISARE CHE IL CONTENUTO DI QUESTO POST SI RIFERISCE A UN FATTORE PURAMENTE FORMALE, CHE NULLA A CHE VEDERE CON IL CONTENUTO STESSO DI QUANTO RIPORTATO DALLE CONVERSAZIONI AVUTE CON I SUOI INTERLOCUTORI O DA QUANTO RECEPITO IN SEGUITO AD ANNI DI COSTANTE ESPLORAZIONE.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è di per sé una stronzata. Una di quelle cose che evidentemente, presa fuori contesto, sembrerebbe innocua e apparentemente inutile da sottolineare. Proprio come accadeva nel bellissimo incipit di Rose Madder di Stephen King, dove la malcapitata di turno, omonima protagonista del romanzo, dopo continui soprusi e violenze da parte del marito, perde completamente la testa quando una goccia di sangue le cola dal naso e contamina il candore del lenzuolo sul letto che stava riordinando in una mattinata qualsiasi. Un capillare rotto all'improvviso, come è capitato molte volte a ciascuno di noi, senza motivo. Eppure quella goccia di sangue rappresenta la goccia di troppo, quella che fa aprire gli occhi alla donna e la porta a ribellarsi.
La mia goccia di sangue è una frase apparentemente innocua, scritta anche (forse) con l'intento di strappare un sorriso a chi legge, su un profilo di una comunissima chat per incontri finalizzati essenzialmente al sesso:
Se avete la panza, non è colpa mia, mica so' venuto a casa vostra a ingozzarvi di lasagne con un imbutoA questo punto è d'obbligo chiarire due punti:
1 - Colpa? Quale colpa? Se parliamo di colpa, inevitabilmente stiamo dando per scontato che un'azione da noi compiuta determini una "punizione", una "rinuncia" di cui dovremo privarci per esserci ingozzati la suddetta lasagna con un imbuto. Di grazia, quale sarebbe questa rinuncia? Non avere l'occasione e il privilegio di essere toccati da mani atletiche? Perdere l'occasione della vita di sdraiarci accanto al portatore di orgasmi e gioie per eccellenza?
2 - Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Se però domanda non sussiste, l'informazione, dalla forma indubbiamente denigratoria, è superflua. Voglio dire, anche sti cazzi, eh? Conoscendo il soggetto di persona, anche io ho pensato subito "Se sei deficiente, non è colpa mia, mica so' venuto in classe tua mentre il professore spiegava e ti ho portato di peso in palestra a fare 25 serie di addominali". Ho semplicemente evitato di dirlo, perché non mi è stato chiesto.
Il punto è questo: che cos'è che ci porta a esprimere un parere discriminatorio quando non ci viene minimamente chiesto? Perché, in nome di una preferenza assolutamente legittima, frasi come "Preferisco incontrare gente atletica" o "Non sono attratto da tipologie androgine" lasciano il posto a "Alla larga cessi, grassoni e checche"?
È perché la CREATINA ha preso talmente il sopravvento nel cervello da perdere una A e trasformarsi in CRETINA?
È il "non chiesto" che a me manda letteralmente fuori di testa.
Peccato per la pancia, perché hai un viso bellissimoPeccato per chi? Per me? E chi mi garantisce che, se mi chiudo in palestra 5 ore al giorno per 10 mesi, mi aspettano sensazionali ore di fuoco con te? No, perché se poi lo faccio, vengo a battere cassa, e so' cazzi amari, eh?
Non ho minimamente intenzione di dilungarmi su quanto una foto possa fuorviare o formulare in noi un giudizio solamente apparente di quello che può aspettarci dall'altra parte dello schermo, sono il primo a farlo. La foto (se reale, poi, e recente) è un fattore di selezione naturale, dà un'indicazione approssimativa di ciò che potrebbe attenderci. E potrebbe anche dare un suggerimento sbagliato, ma tant'è: la chat è il luogo meno indicato per dare una chance a chiunque solo perché potremmo rimanere sorpresi da ciò che potremmo ritrovarci di fronte.
Ho però intenzione di dilungarmi sulla scelta delle parole. Quello sì.
Sull'arroganza.
Sulla mancanza di rispetto.
Sulla superficialità di un giudizio rivolto a una persona di cui non sappiamo nulla, non conosciamo il suo trascorso, non sappiamo quali difficoltà potrebbe aver dovuto affrontare per arrivare dove è arrivata e nelle condizioni in cui ci è arrivata. Selezionare è una delle azioni più comuni al mondo. Lo facciamo quando andiamo a fare la spesa, scegliendo la mela che ci SEMBRA più sana, più bella e più profumata (il che non esclude che possa essere marcia una volta sbucciata), lo facciamo quando vogliamo comprarci un paio di pantaloni, puntando al modello che ci risalta il culo o ci sfina le gambe (fermo restando che, quando lo togliamo, i trucchi sono finiti), però guarda caso quando dobbiamo scegliere un partner per la vita la selezione avviene in modo naturale e involontario: non scegliamo mai di chi innamorarci. Non ci sediamo alla scrivania pensando "OK, ora mi concentro e mi innamoro di lui/lei". A volte ci stupiamo, addirittura, della persona che ci ritroviamo accanto, perché molte volte quella persona non ha nulla a che vedere con le nostre preferenze. È successo e basta, e per quanto mi riguarda la sorpresa è ancora più eccezionale della conferma di aver trovato accanto a noi la materializzazione di ogni nostra più piccola fantasia.
Selezioniamo, perché il mercato offre di tutto e di più.
Continuiamo a farlo, perché è giusto puntare a ciò che noi crediamo meritevole e degno di starci accanto.
Però facciamolo con educazione, con rispetto, con buone maniere, porca puttana!
E ricordiamo sempre che, in un'interazione, un parere non richiesto non è un parere. È solo una mancata occasione di incamerare più ossigeno e fare più bella figura.
E comunque sappiate che, nel caso remoto in cui dovessi davvero decidere di chiudermi in palestra 5 ore al giorno per 10 mesi, il mio cervello non subirà alcuna modifica, e mi ricorderò di ognuno di voi...
domenica 8 settembre 2013
LIFE
Il savoir faire nell'arte di scopare
È successo stasera, durante la solita conversazione via WhatsApp con il mio alter ego/amico/fac-simile, e in risposta alla mia domanda: "Però ci vuole anche un po' di savoir fare, non trovi?", ricevo un secco: "No".
La mia espressione somiglia a quella di Clara Calamai riflessa nello specchio di Profondo Rosso.
OK, vediamo di chiarire il punto.
Una serie di preconcetti, strutture e insicurezze abbinata a una massiccia di dose di seghe mentali mi hanno portato nella vita alla convinzione che in qualunque situazione, con qualsiasi persona si interagisca, il savoir faire sia fondamentale. Anche in una scopata.
Voglio dire, il buon vecchio "saper campare" per me non passa mai di moda.
Devo rifiutare un invito? Cerco di far capire che lo apprezzo, ma che sono impossibilitato ad accettarlo.
Devo troncare con qualcuno che non mi va perfettamente a genio? Cerco di far capire che sono emerse delle incompatibilità che ci impediscono di proseguire il discorso, senza che la colpa sia di uno o dell'altro.
Devo passare qualche ora con qualcuno senza impegni o complicazioni di qualsiasi sorta? Cerco di creare una situazione in cui entrambi possiamo sentirci a nostro agio e in perfetta intimità, anche se non ci vedremo più.
Queste sono le regole, o almeno quelle che applico io.
Tendo a vedere le cose tendenzialmente bianche o nere. Sono poche le sfumature che mi concedo.
Fermo restando che ognuno è libero di pensare e agire nel modo che ritiene più consono alla propria personalità, se un incontro si ripete più volte e si condisce di ingredienti particolari, quali una cena, una buona dose di gesti affettuosi, stabilendo una sorta di pseudo-continuità che va a uccidere la fretta e furia con cui ci si riveste quasi con un po' di vergogna e si ritorna nelle proprie case nemmeno si fosse andati a svaligiare una villa sull'Appia Antica, il significato che attribuisco a queste sensazioni è quello di provare a vedere se sussistono le condizioni per guardare un po' al di là del proprio naso, pur consapevole che l'interpretazione è puramente soggettiva e può non essere condivisa da chi interagisce con me. Me ne assumo tutte le responsabilità del caso.
L'ingranaggio per me si inceppa quando subentra la sensazione che dall'altra parte, pur con una risposta continuativa, mi si lasci sistematicamente carta bianca per organizzare anche un semplice momento di divertimento. O quando si palesa l'idea che, se mi dice bene, posso riuscire ad inserirmi in un piccolo spazio all'interno di un'agenda apparentemente fitta di impegni. Se così fosse, ritengo sarebbe il caso di non darlo a vedere, perché a quel punto, è più forte di me, non lascio spazio nemmeno a un incontro di puro relax senza il benché minimo strascico di coinvolgimento emotivo.
E qui torno al punto iniziale: il savoir faire. Essenziale, per quanto mi riguarda, anche "in quei momenti lì".
D'altronde, colpa mia, quando vado al supermercato a comprare un pezzo di manzo, tendo sempre a scegliere quello che si presenta meglio, pur sapendo che, negli altri casi, sempre di manzo si tratta.
La mia espressione somiglia a quella di Clara Calamai riflessa nello specchio di Profondo Rosso.
OK, vediamo di chiarire il punto.
Una serie di preconcetti, strutture e insicurezze abbinata a una massiccia di dose di seghe mentali mi hanno portato nella vita alla convinzione che in qualunque situazione, con qualsiasi persona si interagisca, il savoir faire sia fondamentale. Anche in una scopata.
Voglio dire, il buon vecchio "saper campare" per me non passa mai di moda.
Devo rifiutare un invito? Cerco di far capire che lo apprezzo, ma che sono impossibilitato ad accettarlo.
Devo troncare con qualcuno che non mi va perfettamente a genio? Cerco di far capire che sono emerse delle incompatibilità che ci impediscono di proseguire il discorso, senza che la colpa sia di uno o dell'altro.
Devo passare qualche ora con qualcuno senza impegni o complicazioni di qualsiasi sorta? Cerco di creare una situazione in cui entrambi possiamo sentirci a nostro agio e in perfetta intimità, anche se non ci vedremo più.
Queste sono le regole, o almeno quelle che applico io.
Tendo a vedere le cose tendenzialmente bianche o nere. Sono poche le sfumature che mi concedo.
Fermo restando che ognuno è libero di pensare e agire nel modo che ritiene più consono alla propria personalità, se un incontro si ripete più volte e si condisce di ingredienti particolari, quali una cena, una buona dose di gesti affettuosi, stabilendo una sorta di pseudo-continuità che va a uccidere la fretta e furia con cui ci si riveste quasi con un po' di vergogna e si ritorna nelle proprie case nemmeno si fosse andati a svaligiare una villa sull'Appia Antica, il significato che attribuisco a queste sensazioni è quello di provare a vedere se sussistono le condizioni per guardare un po' al di là del proprio naso, pur consapevole che l'interpretazione è puramente soggettiva e può non essere condivisa da chi interagisce con me. Me ne assumo tutte le responsabilità del caso.
L'ingranaggio per me si inceppa quando subentra la sensazione che dall'altra parte, pur con una risposta continuativa, mi si lasci sistematicamente carta bianca per organizzare anche un semplice momento di divertimento. O quando si palesa l'idea che, se mi dice bene, posso riuscire ad inserirmi in un piccolo spazio all'interno di un'agenda apparentemente fitta di impegni. Se così fosse, ritengo sarebbe il caso di non darlo a vedere, perché a quel punto, è più forte di me, non lascio spazio nemmeno a un incontro di puro relax senza il benché minimo strascico di coinvolgimento emotivo.
E qui torno al punto iniziale: il savoir faire. Essenziale, per quanto mi riguarda, anche "in quei momenti lì".
D'altronde, colpa mia, quando vado al supermercato a comprare un pezzo di manzo, tendo sempre a scegliere quello che si presenta meglio, pur sapendo che, negli altri casi, sempre di manzo si tratta.
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venerdì 2 agosto 2013
LIFE
Il giorno dopo
Diciamo che sei a un punto di svolta. Un periodo nuovo, tutto tuo. Un momento anche egoistico, di accumulo punti sulla tessera della vita.
Diciamo che non vai troppo per il sottile: tutto cotto e mangiato.
E diciamo pure che hai scoperto una nuova parte di te che credevi non ti appartenesse, ma che invece ti calza a pennello. Almeno per ora.
Ora, mettiamo che alla tua affatto discreta lista si aggiunga un appuntamento, uno dei tanti, che sembra prospettare sempre lo stesso copione attuato nell'ultima settimana, anche se qualcosa ronza nella testa. Non sai cos'è, ma sai che c'è.
Ti presenti all'appuntamento baldanzoso, sfoggiando la tua camicia preferita, unitamente a una buona dose di autostima e un pizzico di curiosità (alimentato dal ronzio di cui sopra).
E poi succede qualcosa.
Succede che inizi a chiacchierare, a scambiare battute, a parlare di passioni, in comune o meno, a mangiare un gelato.
E passa un'ora. E forse qualcosa di più. E in quest'ora ti accorgi che forse, preso dalla voglia di accumulo e di conferma del fatto che sì, qualcosa è cambiato, ti eri dimenticato del fattore umano, davanti al quale non c'è bella statuina che regga.
La leggerezza, la spensieratezza di passeggiare di sera nella tua città, senza pensare a nulla, se non a goderti il momento.
E quella leggerezza, quella spensieratezza, mandano a puttane i tuoi buoni propositi di uomo che non deve chiedere mai, al punto che poi, sopra le lenzuola (sotto è improponibile, il 2 agosto), sei confuso, non sai come muoverti, hai paura di non dare il meglio di te (come se fossi in gara contro chissà quale avversario, invece di giocare nella stessa squadra con un alleato).
Poi ti saluti, fai un sorriso e torni sulla tua strada.
E il giorno dopo ti guardi un attimo indietro, senza nemmeno capire perché non arriva quel gesto di spontaneità da parte tua che ti consenta di dire "Ehi, sconosciuto! Grazie per la bella serata, sono stato bene". O magari ti arriva troppo tardi.
E inevitabilmente, dandoti un lieve scappellotto, ti chiedi: da quando in qua per ringraziare qualcuno devi sentire la necessità di chiedere il permesso?
Diciamo che non vai troppo per il sottile: tutto cotto e mangiato.
E diciamo pure che hai scoperto una nuova parte di te che credevi non ti appartenesse, ma che invece ti calza a pennello. Almeno per ora.
Ora, mettiamo che alla tua affatto discreta lista si aggiunga un appuntamento, uno dei tanti, che sembra prospettare sempre lo stesso copione attuato nell'ultima settimana, anche se qualcosa ronza nella testa. Non sai cos'è, ma sai che c'è.
Ti presenti all'appuntamento baldanzoso, sfoggiando la tua camicia preferita, unitamente a una buona dose di autostima e un pizzico di curiosità (alimentato dal ronzio di cui sopra).
E poi succede qualcosa.
Succede che inizi a chiacchierare, a scambiare battute, a parlare di passioni, in comune o meno, a mangiare un gelato.
E passa un'ora. E forse qualcosa di più. E in quest'ora ti accorgi che forse, preso dalla voglia di accumulo e di conferma del fatto che sì, qualcosa è cambiato, ti eri dimenticato del fattore umano, davanti al quale non c'è bella statuina che regga.
La leggerezza, la spensieratezza di passeggiare di sera nella tua città, senza pensare a nulla, se non a goderti il momento.
E quella leggerezza, quella spensieratezza, mandano a puttane i tuoi buoni propositi di uomo che non deve chiedere mai, al punto che poi, sopra le lenzuola (sotto è improponibile, il 2 agosto), sei confuso, non sai come muoverti, hai paura di non dare il meglio di te (come se fossi in gara contro chissà quale avversario, invece di giocare nella stessa squadra con un alleato).
Poi ti saluti, fai un sorriso e torni sulla tua strada.
E il giorno dopo ti guardi un attimo indietro, senza nemmeno capire perché non arriva quel gesto di spontaneità da parte tua che ti consenta di dire "Ehi, sconosciuto! Grazie per la bella serata, sono stato bene". O magari ti arriva troppo tardi.
E inevitabilmente, dandoti un lieve scappellotto, ti chiedi: da quando in qua per ringraziare qualcuno devi sentire la necessità di chiedere il permesso?
giovedì 16 maggio 2013
LIFE
Complice Luna

La pelle bruciata dai raggi di luna
Nasconde un segreto, un amore rubato
I giunchi mimetizzano due corpi cinerei
Che ad ogni equinozio si incontrano furtivi
Promessi entrambi a un futuro distratto
Si lasciano andare tra lacrime amare
Non possono guardarsi, celato è l'amore
Stupiti di dove li abbia portati il cuore
La luce del giorno non deve trovarli
L'amaro sorriso dovranno indossare
La luna sorride, sa che non è un addio
Attenderà paziente l'equinozio a venire
Claudio Questa
sabato 11 maggio 2013
LIFE
Della psicoterapia, e altri dubbi

Ho visto una puntata di In Treatment, una nuova serie TV italiana diretta da Saverio Costanzo e interpretata da Sergio Castellitto, psicoterapeuta che ospita ogni settimana nel suo studio pazienti di varie tipologie (in breve, l'episodio che ho visto è incentrato sulla figura di Dario, magistralmente interpretato da Guido Caprino, carabiniere sotto copertura coinvolto in una difficile indagine su una pericolosa organizzazione criminale). Oltre a essere rimasto incredibilmente stupito dall'ottima fattura della serie TV, di livello eccelso, soprattutto nel desolante panorama della televisione italiana di oggi, sono andato inevitabilmente con il pensiero alla mia situazione personale.
Sono in terapia da quasi due anni ormai, un universo nebuloso che mi ha letteralmente cambiato la vita. E guardando la puntata in questione, dove Dario confessa al suo terapeuta la paura di essere gay, con tutte le ripercussioni del caso (mito del machismo messo in discussione, identificazione dell'omosessuale come essere debole e frignante, con conseguente timore di non essere in grado di affrontare le traversie della vita), non ho potuto non osservare la partecipazione umana dello psicoterapeuta di fronte al momento di crisi vissuto dal paziente. E mi sono chiesto: quanto c'è di veramente empatico nell'atteggiamento di uno psicoterapeuta? Quanto partecipa effettivamente al dolore del suo paziente? Quanto la scelta del suo lavoro è stata influenzata dalla necessità o dalla voglia di aiutare le persone? E quanto l'identificazione della psicoterapia come servizio che prevede un compenso di natura economica (laddove privata) ci permette effettivamente di interpretare la professione come un bene di cui ci forniamo, proprio come se andassimo a un supermercato o in un centro commerciale?
Mi piace pensare allo psicoterapeuta come a una persona pagata per condividere le sue conoscenze didattiche, apprese dopo anni e anni di studio intenso, ma che nella sua professione investe una notevole percentuale di umanità ed empatia verso l'altro. Una missione, più che un lavoro, come quella di un medico.
Mi piace pensare allo psicoterapeuta come a una persona in grado di aiutarmi umanamente a capire i miei limiti e a fornirmi gli strumenti per accettarli, laddove sia impossibile superarli.
Mi piace pensare di sedermi di fronte a una persona che offre il suo servizio ponendosi come primo obiettivo quello di aiutarmi a migliorare la mia vita, e non quello di gonfiarsi il portafogli.
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venerdì 10 maggio 2013
LIFE
Un momento

Non è un momento negativo, è solo un momento di grande cambiamento.
Un momento in cui a volte ho difficoltà a riconoscermi allo specchio.
Un momento in cui non ho voglia di socializzare con tutti, o meglio con chiunque.
Un momento in cui ho bisogno di cambiare modalità di comunicazione e, all'occorrenza, il destinatario.
Un momento in cui i rami potati sono più di quelli ancora attaccati all'albero, ma se sono secchi è giusto lasciare il posto a quelli che devono ancora nascere.
Un momento in cui realizzo che posso davvero scegliere chi portare in viaggio con me.
Un momento in cui non sento troppo la mancanza di qualcuno accanto, e la cosa mi fa un po' paura.
Un momento che posso, devo e voglio dedicare completamente a me stesso.
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mercoledì 8 maggio 2013
LIFE
Quanto costa una rosa?

La domanda rompe il silenzio di questa piacevolissima serata, che mi accompagna lungo il tragitto da casa dei miei a casa mia, a piedi, con Penny al guinzaglio e un libro nell'altra mano. Sì, perché io, nei lunghi tragitti a piedi, leggo, in città come in montagna. Ho persino imparato a scorgere gradini, marciapiedi ed escrementi con la coda dell'occhio, per non inciampare o, come nell'ultimo caso, per non finirci sopra. E nel silenzio del quartiere, il giovane in motorino accosta e si avvicina al fioraio ancora aperto (a proposito, perché i fiorai sono sempre aperti, di notte?).
Ho interrotto la lettura. Ho pensato a quel piccolo gesto, magari neppure programmato, ma affacciatosi nella mente del ragazzo, forse sovrappensiero, alla vista del chiosco. Ho pensato alla sorpresa negli occhi della sua ragazza (o del suo ragazzo?), uno sguardo carico di amore, ho pensato a un abbraccio sul pianerottolo o davanti al cancello di casa.
E ho pensato a quanto ci vuole poco, davvero, per stare bene.
martedì 19 febbraio 2013
MUSICA
Eri come l'oro...
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giovedì 16 febbraio 2012
LIFE
Io e una maschera
Non mi era mai successa una cosa del genere.
Passeggio quasi tranquillo e quasi beato su viale Regina Margherita per un appuntamento di lavoro. Arrivo in anticipo e decido di allungare un po' per andare a fare colazione. La giornata promette bene, il sole scalda le ossa dopo lunghissime settimane di freddo pungente. Attraverso la strada e dall'altra parte mi attende questa maschera che vedete qui a fianco. Un "artista" di strada che di artista aveva ben poco. Una maschera di carnevale sul viso, una coroncina in testa, un sacco verde che ricopre tutto il corpo. Mi ricorda la Statua della Libertà. Mi aspetto quello che si aspettano tutti quando incontrano le maschere per strada, ovvero che rimangano immobili, impietrite, come statue. E invece no. La maschera ad ogni persona che le passa davanti alza una manina timida e saluta. Nient'altro. Io non so cosa mi abbia preso. Non ho idea di chi si nascondesse sotto quella maschera. Non so nemmeno se fosse un uomo o una donna, giovane, adulto, anziano. So solo che quel gesto, timido, sconnesso, fuori luogo per un'attrazione da strada, mi ha stretto una morsa nel cuore. Ho percepito una persona sola, che forse non sa nemmeno perché si trovi lì. Che forse non sa fare altro, se non alzare la mano e salutare. So solo che avrei tanto avuto voglia di andarle vicino, abbracciarla, dirle che non è sola, almeno in quel momento. Probabilmente non mi ha neppure notato. Ha continuato a salutare le altre persone che passavano, indistintamente. Io invece quella maschera me la sono portata fino a casa. E ora scrivo di lei, ovunque sia.
Passeggio quasi tranquillo e quasi beato su viale Regina Margherita per un appuntamento di lavoro. Arrivo in anticipo e decido di allungare un po' per andare a fare colazione. La giornata promette bene, il sole scalda le ossa dopo lunghissime settimane di freddo pungente. Attraverso la strada e dall'altra parte mi attende questa maschera che vedete qui a fianco. Un "artista" di strada che di artista aveva ben poco. Una maschera di carnevale sul viso, una coroncina in testa, un sacco verde che ricopre tutto il corpo. Mi ricorda la Statua della Libertà. Mi aspetto quello che si aspettano tutti quando incontrano le maschere per strada, ovvero che rimangano immobili, impietrite, come statue. E invece no. La maschera ad ogni persona che le passa davanti alza una manina timida e saluta. Nient'altro. Io non so cosa mi abbia preso. Non ho idea di chi si nascondesse sotto quella maschera. Non so nemmeno se fosse un uomo o una donna, giovane, adulto, anziano. So solo che quel gesto, timido, sconnesso, fuori luogo per un'attrazione da strada, mi ha stretto una morsa nel cuore. Ho percepito una persona sola, che forse non sa nemmeno perché si trovi lì. Che forse non sa fare altro, se non alzare la mano e salutare. So solo che avrei tanto avuto voglia di andarle vicino, abbracciarla, dirle che non è sola, almeno in quel momento. Probabilmente non mi ha neppure notato. Ha continuato a salutare le altre persone che passavano, indistintamente. Io invece quella maschera me la sono portata fino a casa. E ora scrivo di lei, ovunque sia.
sabato 4 febbraio 2012
LIFE
S come Sintonia
Sillabazione:
【sin-to-nì-a】
Definizione e Significato:
1 - Fisica, Identità di frequenza tra grandezze o fenomeni periodici ‖ mettere in sintonia, nelle telecomunicazioni, accordare il circuito ricevente con quello trasmittente ‖ comando, indicatore di sintonia, in apparecchi radiofonici o televisivi, dispositivo che permette di scegliere la stazione trasmittente desiderata accordandosi con la frequenza d'onda corrispondente.
2 - Figurativo, Armonia, accordo: essere in sintonia con i tempi
Come faccio a scrivere un post sensato sulla "sintonia" se anche il dizionario la relega al secondo posto, descrivendola con 8 semplici parole?
Dunque. La sintonia è quella corrispondenza d'amorosi sensi (cit.) che scatta tra due persone che condividono passioni, interessi, punti di vista. Presuppone una certa conoscenza reciproca che permetta di andare al di là del semplice, anche se pur sempre piacevole, scambio di opinioni, battute e una serie di elementi che rendono misteriosamente interessante un'altra persona.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama semplicemente "curiosità".
Proprio per sua natura, la sintonia è un'armonia astratta, priva di qualunque connotazione fisica o chimica. Richiede tempo, interesse, costanza. Richiede l'abbandonarsi a sensazioni che ci fanno pensare che, sì, una persona può percorrere un percorso di vita con un'altra e non si esaurisce nell'arco di 48 ore.
Quella non sia chiama "sintonia", si chiama "compensazione alla monotonia".
La sintonia riesce a unire le persone più disparate, permettendo di costruire giorno per giorno un rapporto forte, complice, quasi esclusivo. E ci illudiamo se pensiamo anche solo per un istante di poterla trovare nel primo personaggio che ci si para davanti nella nostra vita, ma ci consente, fortunatamente, di non lasciarlo fuggire nel momento in cui individuiamo il nostro eventuale compagno di vita, che nella maggior parte dei casi diventa un caro amico, se non un compagno. E non richiede certo di attraversare l'intera città a piedi, sommersi dalla neve, pur di vedere l'oggetto della nostra sintonia.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama "impellenza di esplicare le nostre funzioni fisiologiche".
La sintonia, infine, prescinde dall'aspetto fisico. Prescinde dall'immagine che proiettiamo di una persona nel momento in cui, non avendola ancora conosciuta, abbiamo a disposizione solo una fotografia sfocata. Tanto è vera questa definizione, che una vera e profonda sintonia non impedisce a due persone che fisicamente possono non trovarsi attraenti di andare a mangiare una pizza o discutere di libri, cinema o musica davanti a un bicchiere di vino, con uno scambio continuo di sorrisi e il calore nel cuore.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama "scarto del pezzo meno appetitoso al banco della macelleria".
A tale scopo, evitate figuracce in pubblico. Utilizzate con molta cautela questa parola.
【sin-to-nì-a】
Definizione e Significato:
1 - Fisica, Identità di frequenza tra grandezze o fenomeni periodici ‖ mettere in sintonia, nelle telecomunicazioni, accordare il circuito ricevente con quello trasmittente ‖ comando, indicatore di sintonia, in apparecchi radiofonici o televisivi, dispositivo che permette di scegliere la stazione trasmittente desiderata accordandosi con la frequenza d'onda corrispondente.
2 - Figurativo, Armonia, accordo: essere in sintonia con i tempi
Come faccio a scrivere un post sensato sulla "sintonia" se anche il dizionario la relega al secondo posto, descrivendola con 8 semplici parole?
Dunque. La sintonia è quella corrispondenza d'amorosi sensi (cit.) che scatta tra due persone che condividono passioni, interessi, punti di vista. Presuppone una certa conoscenza reciproca che permetta di andare al di là del semplice, anche se pur sempre piacevole, scambio di opinioni, battute e una serie di elementi che rendono misteriosamente interessante un'altra persona.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama semplicemente "curiosità".
Proprio per sua natura, la sintonia è un'armonia astratta, priva di qualunque connotazione fisica o chimica. Richiede tempo, interesse, costanza. Richiede l'abbandonarsi a sensazioni che ci fanno pensare che, sì, una persona può percorrere un percorso di vita con un'altra e non si esaurisce nell'arco di 48 ore.
Quella non sia chiama "sintonia", si chiama "compensazione alla monotonia".
La sintonia riesce a unire le persone più disparate, permettendo di costruire giorno per giorno un rapporto forte, complice, quasi esclusivo. E ci illudiamo se pensiamo anche solo per un istante di poterla trovare nel primo personaggio che ci si para davanti nella nostra vita, ma ci consente, fortunatamente, di non lasciarlo fuggire nel momento in cui individuiamo il nostro eventuale compagno di vita, che nella maggior parte dei casi diventa un caro amico, se non un compagno. E non richiede certo di attraversare l'intera città a piedi, sommersi dalla neve, pur di vedere l'oggetto della nostra sintonia.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama "impellenza di esplicare le nostre funzioni fisiologiche".
La sintonia, infine, prescinde dall'aspetto fisico. Prescinde dall'immagine che proiettiamo di una persona nel momento in cui, non avendola ancora conosciuta, abbiamo a disposizione solo una fotografia sfocata. Tanto è vera questa definizione, che una vera e profonda sintonia non impedisce a due persone che fisicamente possono non trovarsi attraenti di andare a mangiare una pizza o discutere di libri, cinema o musica davanti a un bicchiere di vino, con uno scambio continuo di sorrisi e il calore nel cuore.
Quella non si chiama "sintonia", si chiama "scarto del pezzo meno appetitoso al banco della macelleria".
A tale scopo, evitate figuracce in pubblico. Utilizzate con molta cautela questa parola.
domenica 7 febbraio 2010
LIFE
Fame di cuore
Perché non si può sempre aprire bocca, senza pagarne le conseguenze.
Perché a volte necessario sedersi e attendere.
Perché rispetto significa anche questo.
Perché è facile fraintendere.
Perché è facilissimo lasciarsi andare.
Perché non possiamo sempre indossare una maschera.
Perché voglio spremere la vita e viverla attimo per attimo.
Perché ho fame di cuore.
Perché a volte necessario sedersi e attendere.
Perché rispetto significa anche questo.
Perché è facile fraintendere.
Perché è facilissimo lasciarsi andare.
Perché non possiamo sempre indossare una maschera.
Perché voglio spremere la vita e viverla attimo per attimo.
Perché ho fame di cuore.
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